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Giovedì, 01 Agosto 2019

Home Venice Festival

Non è mai semplice fare un trasloco, soprattutto per una «casa» che punta a ospitare centinaia di artisti, e migliaia di persone. Partiva da queste premesse la prima edizione dell’Home Venice Festival, cioè la nuova versione veneziana di quell’Home Festival che, per nove anni, è andato in scena a Treviso tra fine agosto e inizio settembre. Quest’anno l’evento si è sdoppiato: da un lato il Core Festival, che dal 7 al 9 giugno ha portato una cinquantina di band italiane nella «vecchia» location trevigiana, dall’altro l’Home Venice Festival che, nei giorni di luglio, ha portato oltre cento artisti internazionali al Parco San Giuliano di Mestre. Sì, lo stesso parco che dal 2007 al 2011 ospitò l’Heineken Jammin’ Festival, e che molti si ricordano per il tornado che nel 2007 costrinse gli organizzatori a sospendere i concerti.

Per fortuna quest’anno il tempo ha retto, ma il festival ha dovuto fare i conti con un altro cataclisma, scoppiato a due settimane dall’inizio: la defezione di 8 artisti, tutti headliner o giù di lì, per alcuni problemi nell’allestimento dello spazio. Cose che possono succedere, quando si fa un trasloco di queste dimensioni. Il risultato è che molti fan delusi hanno chiesto e ottenuto il rimborso del biglietto e, di conseguenza, la nuova «casa» ha ricevuto molte meno visite del previsto.
Ma com’era questo festival? Dal punto di vista logistico, nulla da obiettare: il nuovo Home sorge su un’area verde molto ampia, che consente di distribuire palchi, stand e area ristoro a distanze ragionevoli. Efficienti le navette, più che sufficienti i parcheggi, piacevole e perfino divertente il percorso per raggiungere l’ingresso, tra famiglie e anziani a passeggio con «Pem Pem» di Elettra Lamborghini in lontananza.

Il problema, almeno nella giornata di domenica 14 luglio, erano gli assenti. Gli organizzatori hanno registrato circa 20 mila presenze in tre giorni, cioè meno della metà di quelle che il «vecchio» Home faceva mediamente a Treviso, in uno spazio molto più raccolto. E non è solo una questione di numeri, ma anche di atmosfera, perché in questo modo il parco San Giuliano risulta troppo dispersivo. È difficile divertirsi quando i Bloc Party salgono su un palco gigantesco davanti a poche centinaia di persone, tra cui molte con il cartellino dello staff appeso al collo: un pubblico del genere può trasmettere un calore appena sufficiente per artisti in programma al pomeriggio come Gué Pequeno, Anastasio o Boomdabash, non certo per gli headliner di giornata. La band inglese, abituata a ben altri tipi di accoglienza, è stata encomiabile e ha suonato senza risparmiarsi, ma questo non è bastato a eliminare l’imbarazzo.

Cose che possono succedere, si diceva, quindi nessun dramma. Ma ora che il trasloco è finito e che la nuova «casa» ha dimostrato di essere accogliente, è lecito aspettarsela più vivace e affollata. Altrimenti a cosa serve tanto spazio? 

Alessandro Macciò   

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