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L'ambiente che vogliamo

Ocean cleanup funziona

Lunedì, 28 Ottobre 2019

Alla faccia dei suoi numerosi detrattori, The Ocean Cleanup funziona. La conferma è arrivata via Twitter dall’ideatore del meccanismo, il giovane olandese Boyan Slat che, a dimostrazione della bontà del suo metodo, ha pubblicato una significativa immagine della prima plastica raccolta. Fra i detriti si nota galleggiare di tutto, anche la ruota di un’automobile. «Il nostro sistema di pulizia dell’oceano» twitta Slat, «sta finalmente catturando la plastica, le reti abbandonate e una tonnellata di minuscole microplastiche! A proposito, a qualcuno manca una ruota?».

Il progetto consiste in una barriera galleggiante che viene posta in mare, a forma di ferro di cavallo e, sfruttando la forza delle correnti, avrebbe la funzione di “intrappolare” la plastica. L’obiettivo è quello di fermare soprattutto le reti da pesca abbandonate, ed altri oggetti di medie e grandi dimensioni, ma non solo. Perché dal corpo galleggiante scende una retina molto fine, che affonda fino a tre metri di profondità, e serve a raccogliere le microplastiche, senza disturbare la vita della fauna marina. 

Il principale nemico da sconfiggere è la Great pacific garbage patch, la grande isola di rifiuti che galleggia nell’oceano Pacifico. Si tratta del maggiore accumulo di pattume al mondo, tenuto stretto dalle correnti che lo incastonano a metà strada fra le Hawaii e la California. La vastità di questa indecorosa macchia d’immondizia non è ben nota: le stime vanno dai 700mila km quadrati fino a più di dieci milioni. Lo stesso dicasi della quantità d’immondizia, che a seconda di chi l’ha calcolata, va dai 3 ai 100 milioni di tonnellate. 

Il progetto di Boyan Slat nasce per combattere proprio l’isola di rifiuti che oscura l’oceano Pacifico. L’idea è partita nel 2012, quando Slat aveva appena 18 anni, e in breve tempo è iniziata una raccolta fondi che ha attirato una marea (è proprio il caso di dirlo) di finanziamenti. Questo potente afflusso di denaro, ha permesso di mettere velocemente insieme un comitato scientifico e di costruire un prototipo. Ma la prova dei fatti non ha dato i risultati attesi con altrettanta immediatezza.

Anzi. Un primo tentativo aveva dimostrato come la barriera fosse in grado sì di fermare i rifiuti, ma non di trattenerli a lungo. Un secondo tentativo, meno di un anno fa, era andato letteralmente in fumo perché la struttura si era rotta. Tanto che il coro dei diffidenti (e anche fra gli ambientalisti ce ne sono parecchi), non si era fatto attendere: l’ocean cleanup, dicevano già alcuni, ha fallito. Ma Slat e il suo team non si sono lasciati abbattere dagli insuccessi. «Torneremo in campo entro il 2019» aveva promesso il giovane olandese, e non si può dire che non sia stato di parola. 

Nei mesi scorsi c’è stato un intenso lavoro ingegneristico, per correggere ciò che non funzionava ed apportare al macchinario una serie di migliorie. All’inizio di ottobre è partita la nuova sperimentazione, e questa volta ha dato i suoi frutti: il “system 001/B” è riuscito non solo a raccogliere la plastica in superficie, ma anche grosse quantità di microplastica. Ed ora il team di Ocean cleanup è già all’opera con la nuova sfida: il system 002, che dovrà essere un grado di ripulire aree marine ancora più vaste, e di trattenere la plastica più a lungo, in attesa che possa essere rimossa e inserita nella catena del riciclo. 

 

Silvia Quaranta

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