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Campioni si diventa

Vi racconto una storia

Giovedì, 22 Agosto 2019

In una delle prime settimane del campus, tra i ragazzini, ve ne è uno che spicca: struttura fisica imponente, sguardo sveglio, e intelligenza brillante…Ma con alcune fragilità. Lo definirei, piuttosto, un bambino “adattato”, che con la sua sensibilità portato a dover rapportarsi con gli adulti. E’ stato costretto ad attraversare l’abbandono del padre in età molto giovane, ecco una delle ragioni che spiegavano maggiormente il suo atteggiamento. Vive in un mondo costituito prevalentemente da adulti, ed un attaccamento quasi morboso alla madre, già provata dal fallimento di una relazione.
Al suo arrivo ci accorgiamo che Elia, un nome preso a prestito, anziché stare insieme ai ragazzi, si inventa qualsiasi scusa per stare attorno a noi e parlare con lo staff. A quel punto chiedo informazioni all’educatore responsabile, che conosce i ragazzi, e mi racconta che il ragazzino vive con la madre, molto ansiosa, e che entrambi hanno dovuto affrontare l’abbandono del padre, quando Elia era ancora molto piccolo. “Ecco – penso -. Questo è il motivo”.
Ce lo troviamo spesso vicino, definisce ‘scemenze’ le battute dei suoi coetanei, mentre si fa avanti per avere compito di responsabilità, come avesse bisogno di essere diverso dagli altri e di non integrarsi con loro. Tanto si mostrava competente, tanto mostrava un approccio manipolatore verso l’adulto, con l’obiettivo inconscio di non perdere il legame che era riuscito a creare.
Sembrava chiaramente che avesse necessità di individuare qualcuno che lo privilegiasse all’interno del gruppo, e nelle attività ludiche e sportive era facilitato in questo, grazie alla sua prestanza fisica e alla sua capacità di prendere spazio nel gioco.
Fuori dal campo, però, tutta un’altra musica, con il tempo per pensare e guardarsi attorno, dove il confronto è amplificato dalle proposte di riflessione e collaborazione insieme ai compagni della sua età.
Ci siamo potuti accorgere di questi dettagli proprio tramite la ‘mission’ che caratterizza il Campus, ossia stabilire un rapporto diretto con i ragazzi, comprenderli, conoscerli davvero, saperli ascoltare, cercando di dare loro più strumenti, considerando che la performance sportiva non è dettata solo dalle
conoscenze tecniche e atletiche, ma anche dalla consapevolezza di saper riprodurre il gesto perché lo hanno introiettato.
Riguardo ad Elia, ci siamo chiesti cosa avremmo potuto fare, e cosa gli impedisse di vivere con serenità il contatto con i suoi pari, che lo stressava così tanto. Per fortuna lui stesso ci viene in aiuto: il mercoledì mattina dice al suo educatore che l’indomani avrebbe dovuto accompagnarlo in stazione, per tornare a casa. Doveva stare vicino alla mamma, che stava attraversando un lutto importante e aveva bisogno di lui. Inizialmente l’educatore prende la cosa come assodata, e me lo comunica. Io cado dalle nuvole, ma insieme allo staff impieghiamo molto poco a sapere con certezza che non vi era alcun lutto e, quindi, che non ci sarebbe stata alcuna partenza il giorno dopo.
Decidiamo che avrei risolto il tutto io stesso, confrontandomi in prima persona con Elia. Rifletto sul fatto che, nel contesto particolare del campus, la chiave per arrivare al ragazzo era rispondere alla richiesta di essere, in qualche modo, privilegiato nel gruppo. Probabilmente si sentiva leader tra i suoi coetanei, ma il modo in cui lo manifestava non gli restituiva gli effetti desiderati, e finiva per comandare e allontanarli da lui.
Così ho deciso di portarlo a correre con me, e di fare un po’ di scambi insieme, senza nemmeno accennare alla storia del lutto e della madre. Attraverso il movimento ho cercato di modificare il nostro canale di comunicazione. Nella sessione del pomeriggio mi ha fatto da spalla nella spiegazione
degli esercizi: “Domani mattina ne prepariamo altri. Sarei contento se tu facessi del lavoro in più per aiutare tutti: te la senti?”. Elia non ha più chiesto di partire. E’ tornato ancora al campus, negli anni successivi, trovando subito il suo spazio, la frequenza giusta per comunicare con i suoi compagni. 
D’altra parte, sono certo che il mondo si salvi occupandosi di una persona alla volta, e quella persona, di solito, siamo noi stessi.

Mauro Bergamasco

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